La Capaccio Paestum che cammina è sospesa tra devozione e tempesta

Ogni anno, a partire dalle prime ore del 15 di agosto, il Monte Calpazio si trasforma in un filare di luci tremolanti che sfidano il buio della calda notte estiva. È il pellegrinaggio al Santuario della Madonna del Granato, uno dei riti votivi più antichi e viscerali che siano arrivati fino a noi. Da tutte le borgate della città e dai centri limitrofi della piana, i fedeli salgono a piedi verso l’antica Cattedrale romanica portando addosso il peso delle “cente”: complesse strutture in legno a forma di barca rivestite di candele, nastri colorati, fiori e icone sacre. È un cammino faticoso, fatto di canti intonati a piena voce e di preghiere sussurrate alla “luce” delle tenebre. Un voto collettivo in cui l’offerta della cera e della fatica fisica si trasforma in un’invocazione di grazia, protezione e riparazione.
Quest’anno la salita verso il Calpazio porta con sé ulteriore orgoglio: per la prima volta, la storica tradizione delle cente votive vanta il sigillo dell’iscrizione nell’IPIC (Inventario del Patrimonio Culturale Immateriale Campano). Un riconoscimento ufficiale che tutela il valore identitario di una pratica capace di tramandarsi di generazione in generazione da tempi letteralmente immemori. In questa devozione vive una continuità culturale e spirituale millenaria. La Madonna del Granato, raffigurata con il Bambino sul grembo e una melagrana nella mano destra, è considerata dagli studiosi l’erede cristiana della pagana Hera, la dea greca della fertilità e della vita il cui celebre santuario sorgeva a poca distanza, lungo le sponde del Sele. Il melograno, frutto dai chicchi serrati e sanguigni, continua a incarnare nell’immaginario popolare la prosperità e l’unione di un popolo. Allo stesso modo, le cente, con la loro caratteristica sagoma di imbarcazione, rievocano la memoria ancestrale di una popolazione che nel corso dei secoli, per sfuggire ai pericoli, ha solcato perfino la montagna, cercando sul Calpazio un approdo sicuro nelle tempeste della storia.
Ma il gesto del pellegrinaggio qui è altro rispetto al mero precetto religioso: è l’espressione viscerale di un amore trasversale, capace di travalicare le spaccature sociali, generazionali e culturali della comunità. Lungo la salita, il passo stanco degli anziani si fonde con l’energia dei giovani, le differenze di ceto e di estrazione si annullano sotto il peso condiviso del legno e della cera. È un affetto collettivo verso le proprie radici e verso la propria terra che unisce credenti e laici, famiglie storiche e nuovi residenti, ricomponendo, almeno lungo gli impegnativi tornanti, ciò che la quotidianità tende a dividere.
Eppure, il contrasto tra la solennità incorrotta del munificente Santuario e la fragilità della grande piana sottostante appare oggi straordinariamente marcato. Mentre la comunità celebra il suo patrimonio immateriale, ai piedi del Calpazio, Capaccio Paestum si trova ad attraversare uno dei passaggi più cupi e complessi della sua storia recente. La città dei Templi, motore del turismo internazionale e pilastro dell’eccellenza agroalimentare e della filiera bufalina, è piombata ufficialmente nel caos politico con la caduta dell’amministrazione comunale. Una crisi consumatasi nel pieno della stagione estiva, quando la macchina amministrativa richiederebbe massima efficienza e pianificazione strategica, culminata con le dimissioni dei consiglieri eletti in maggioranza e lo scioglimento anticipato dell’assise, aprendo la strada al commissariamento prefettizio. Da qualche settimana ormai gli equilibri di palazzo erano precipitati in una parità numerica in Consiglio comunale e nello stallo che ne conseguiva.
In questo clima s’innesta una nota profondamente amara, che svela la distanza abissale che ha separato la politica dall’anima reale del territorio. L’ormai ex amministrazione comunale, infatti, non aveva nemmeno celebrato il traguardo dell’iscrizione all’IPIC. La presentazione della domanda era stata liquidata a suo tempo senza la dovuta considerazione e, durante la cerimonia ufficiale di conferimento del riconoscimento, nessun rappresentante dell’ente cittadino era presente a ritirare o festeggiare l’attestato. Un’assenza pesante, un silenzio assordante che diceva già molto prima dell’epilogo delle ultime ore.
Se chi amministra una città svaluta o ignora l’importanza delle sue radici più vive, specialmente quelle partecipate, sofferte e custodite dall’intera comunità, dimostra di aver smarrito la bussola del proprio mandato. Non può esserci alcun futuro per una comunità se chi la guida non riconosce ciò che la tiene unita, se confonde il potere amministrativo con il semplice conteggio delle mani alzate in aula, dimenticando il valore inestimabile dell’identità collettiva.
In questo scenario, la tutela del patrimonio culturale e il gesto ancestrale del pellegrinaggio, con l’amore trasversale che lo anima, acquistano un valore politico e sociale sovversivo. Portare una centa richiede coordinazione, equilibrio e sforzo: se chi sorregge il telaio perde il passo, il carico oscilla, la cera rischia di spaccarsi e la struttura cade. È la lezione più autentica che la tradizione offre alla politica contemporanea. La comunità capaccese, nell’atto di scalare il monte superando grandi distanze e strade da troppo tempo chiuse, dimostra di custodire una riserva di tenacia e senso di appartenenza che le istituzioni locali, ancora una volta, non sono state in grado di comprendere.
Dall’altura del Calpazio, lo sguardo della Madonna del Granato domina la piana di Paestum fino al mare, custode di un tempo lungo che ridimensiona le vicende passeggere degli uomini.
Ma un mucchio di candele non può colmare per sempre il vuoto di visione della classe dirigente. Capaccio Paestum ha la necessità stringente di ritrovare una rotta chiara e di restituire credibilità e rispetto alle sue funzioni di governo. Il “popolo delle cente” ha già mostrato la strada: una salita rigorosa dove l’unica forza capace di reggere il peso del futuro è quell’amore trasversale e condiviso per le proprie radici, senza il quale qualsiasi progetto politico è destinato a crollare.

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