Lo Sbarco di Salerno, l’operazione dimenticata

Il 9 settembre 1943, sulle spiagge che vanno da Maiori fino a Capaccio Paestum, andò in scena una delle più imponenti, drammatiche e decisive operazioni della Seconda Guerra Mondiale: l’Operazione Avalanche (valanga), passata alla storia come lo Sbarco di Salerno. Eppure, sfogliando i testi di storia in uso nelle nostre scuole superiori, la situazione è quasi sempre la stessa: un rapido accenno, un breve paragrafo tra l’armistizio dell’8 settembre e la risalita lungo la linea Gustav.
Lo Sbarco in Normandia monopolizza la memoria collettiva globale con la sua fama cinematografica; mentre lo Sbarco di Salerno rimane il grande dimenticato della storiografia scolastica, certamente una svista pedagogica perché su queste rive si decise il destino della campagna d’Italia e il prezzo della futura liberazione d’Europa.
​Dopo la caduta del fascismo e la firma dell’armistizio di Cassibile, il comando alleato guidato dal generale Mark Clark aveva un obiettivo chiaro: la testa di ponte. Occupare rapidamente il porto di Napoli per rifornire le truppe e tagliare la ritirata alle divisioni tedesche nel Sud Italia. Il Golfo di Salerno offriva caratteristiche ottimali, con ampie spiagge sabbiose, acque profonde vicine alla costa e la presenza dell’aeroporto di Montecorvino per la copertura aerea. Ma ciò che per gli Alleati era un punto d’appoggio ideale, per i tedeschi rappresentava una scelta ovvia e ampiamente prevedibile.
Quando la grande forza Anglo-Americana iniziò a sbarcare nelle prime ore del 9 settembre, la sorpresa tattica era già svanita. Anziché trovare un nemico allo sbaraglio, i soldati americani e britannici si imbatterono nella 16ª Divisione Panzer tedesca, posizionata sulle alture che dominano la piana del Sele a sud del fiume e i Picentini a nord.
​Tra il 12 e il 14 settembre, l’area tra Battipaglia, Eboli e Capaccio Paestum divenne “zona rossa”. I tedeschi sferrarono una controffensiva spietata, incuneandosi pericolosamente tra il settore americano a sud e quello britannico a nord.
Per almeno quarantotto ore il comando alleato sfiorò il panico, ipotizzando persino il reimbarco delle truppe e prospettando un disastro militare che avrebbe potuto cambiare il corso del conflitto. A salvare lo sbarco furono solo il martellamento incessante dei cannoni della flotta navale, i bombardamenti a tappeto dell’aviazione e la resistenza disperata dei soldati a terra, che difesero ogni metro di terra nei pressi dei Templi di Paestum e della linea ferroviaria. Solo il 16 settembre i tedeschi avviarono un ripiegamento ordinato verso nord, lasciando sul campo oltre 10.000 perdite tra morti, feriti e dispersi.
​L’oblio scolastico di questa gigantesca operazione nasce da alcune dinamiche narrative. Da un lato, l’evento si sovrappone ai fatti dell’8 settembre, spingendo i libri di testo a concentrarsi sullo sbandamento dell’esercito italiano, sulla fuga del Re e sull’occupazione di Roma. Dall’altro, la storiografia alleata (maggiormente quella inglese) ha a lungo trattato la Campagna d’Italia come un teatro secondario rispetto alla futura invasione della Francia. A questo si aggiunge la complessità di raccontare la sofferenza della popolazione civile locale, colpita duramente dai devastanti bombardamenti alleati necessari per piegare la resistenza tedesca.
Tra le colonne dell’antica città di Paestum e le colline che la circondano si incrociarono il destino della civiltà occidentale, il prezzo del riscatto dalla dittatura e il primo vero assaggio della brutalità della guerra moderna.
È importante che l’Operazione Avalanche sia più ampiamente considerata nei programmi scolastici. Non è campanilismo, ma riconoscere che la libertà di cui godiamo oggi in Europa è passata, prima di tutto, dal frastuono che hanno udito i nostri nonni e dal sangue che è stato versato sulle nostre spiagge.

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