Di fronte all’anniversario dell’assedio federiciano del 1246, i resti dell’antica Caputaquis chiedono di uscire allo scoperto. Ma nell’anno giubilare del sito, l’Albo Pretorio tace. Ecco le scelte amministrative non più rinviabili per mettere in sicurezza e valorizzare un patrimonio identitario unico.
Il 1246 non fu soltanto un anno di assedi e truci conseguenze per gli abitanti del Mezzogiorno d’Italia; fu il momento in cui il destino storico e politico del territorio di Capaccio Paestum cambiò per sempre. Tra le mura dell’antica fortezza del Monte Calpazio si consumò l’atto finale della celebre Congiura contro Federico II di Svevia. Il rigore dello Stupor Mundi fu spietato: il castello fu raso al suolo, l’abitato di Caputaquis smantellato e la popolazione costretta a ridisegnare la propria presenza altrove.
Oggi, a 780 anni da quell’evento spartiacque, il profilo ferito del Castello di Capaccio Vecchio svetta ancora sul Golfo di Salerno. Quelle pietre disperse tra la macchia mediterranea non sono soltanto un romantico richiamo al passato, ma rappresentano un vero e proprio memento politico e amministrativo per la comunità e per le istituzioni locali.
Oggi che ricorre questo importante anniversario “giubilare”, la distanza tra la rilevanza storica del sito e la sensibilità istituzionale appare tuttavia sconfortante. Scorrendo le determine, le delibere e gli atti pubblicati in questo periodo sull’Albo Pretorio del Comune, salta subito all’occhio un dato emblematico: manca qualsiasi riferimento alla Congiura di Capaccio, alla caduta del Castello o a un programma strutturato per la sua memoria.
Questo silenzio amministrativo, proprio nell’anno in cui si compiono i 780 anni dall’evento, dovrebbe far riflettere. La memoria di un territorio non si tutela per inerzia o con proclami estemporanei; si pianifica con atti concreti e visioni a lungo termine. Lasciare che la ricorrenza trascorra senza un disegno politico chiaro significa rassegnarsi all’oblio di un patrimonio di inestimabile valore.
Per superare l’attuale fase di disinteresse e trasformare l’anniversario in un reale punto di svolta, l’agenda politico-amministrativa locale e regionale dovrebbe celermente articolarsi in questo modo: il primo passo non è la promozione turistica, ma il restauro conservativo. Serve un’indagine statica approfondita sui paramenti murari e sulle torri superstiti, seguita da interventi mirati di consolidamento per arrestare il dissesto idrogeologico e l’erosione. Per finanziare tali interventi, la strada maestra resta l’intercettazione dei fondi europei e ministeriali dedicati alla tutela del patrimonio culturale diffuso.
Un bene monumentale si preserva anche rendendolo vivo. Il Castello di Capaccio Vecchio deve diventare il perno di una rete ecoturistica integrata con il Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. L’amministrazione dovrebbe puntare al recupero dei sentieri storici di accesso, garantendo percorsi di trekking sicuri, dotati di segnaletica chiara e infrastrutture ad impatto visivo zero.
Nel XXI secolo la conservazione passa inevitabilmente per le tecnologie digitali. L’adozione di strumenti di realtà aumentata e applicazioni dedicate permetterebbe ai visitatori di visualizzare l’imponente struttura duecentesca com’era prima della distruzione federiciana. Inoltre, appare strategico creare un ponte culturale tra Paestum e l’antica Caputaquis: un circuito integrato di biglietteria e promozione con il Parco Archeologico di Paestum e Velia consentirebbe di intercettare i grandi flussi turistici della piana, distribuendoli verso la collina.
Infine, la tutela pubblica funziona meglio quando coinvolge attivamente la cittadinanza. La stipula di “patti di collaborazione” con le associazioni culturali e gli enti del terzo settore può garantire la manutenzione ordinaria dei percorsi, il presidio del sito e l’organizzazione di visite guidate. Parallelamente, l’istituzione di un centro espositivo permanente dedicato all’epoca sveva nel capoluogo costituirebbe un valore aggiunto per le scuole e i visitatori.
Conservare il Castello di Capaccio non significa rendere culto alle rovine, ma restituire dignità a un luogo di straordinaria valenza panoramica e storica: un dovere verso il futuro.
Nel 780° anniversario della sua caduta, la vera sfida politica consiste nel dimostrare che ciò che Federico II volle distruggere può oggi tornare a essere un elemento di unione, identità e sviluppo sostenibile; partendo, prima di tutto, dall’attenzione che le istituzioni devono mettere nero su bianco sui propri atti ufficiali.