Breve storia di San Matteo a Capaccio, cosa sappiamo?

Ogni anno, l’arrivo del 21 settembre riaccende la curiosità della nostra comunità verso la figura di San Matteo Apostolo ed Evangelista e del suo passaggio nella nostra Città.
Tuttavia, tra i racconti tramandati nei secoli e il patrimonio artistico e archeologico del nostro territorio, sorgono spesso dubbi e curiosità.
Ci si chiede infatti perché il Santo sia passato proprio per Capaccio e dove si trovi oggi la sua vera urna.

Per comprendere il profondo legame tra l’Evangelista e la comunità capaccese, occorre fare un salto indietro nel tempo fino al 954 d.C. Secondo la storiografia medievale tramandata dal Chronicon Salernitanum e dalla Translatio sancti Mathei, i resti mortali dell’Apostolo furono rinvenuti nell’antica città di Velia. Da lì fu avviato un solenne trasferimento delle sacre spoglie verso la città sede Vescovile (Capaccio), un percorso necessario per sottrarle al pericolo costante delle incursioni saracene che devastavano la costa.
Durante questo sacro viaggio, il corteo compì tappe fondamentali nel Cilento.
Dopo la prima sosta a Marina di Casal Velino e il passaggio per il borgo collinare di Rutino, il tragitto raggiunse brevemente la Basilica di Paestum prima di giungere a Capaccio Vecchia, che rappresentò la meta decisiva del percorso.

All’epoca, l’antica Paestum era ormai segnata dall’impaludamento e dalle minacce dal mare, motivo per cui il centro del potere civile e religioso si era trasferito in altura, sul Monte Calpazio, rendendo Capaccio la nuova sede della diocesi.

L’allora Vescovo della Diocesi Giovanni acconsentì ad accogliere l’Apostolo e le sacre spoglie trovarono riposo presso la Cattedrale della Madonna del Granato.
Capaccio ebbe così l’onore di accogliere l’ospite più illustre della sua storia, custodendone il corpo prima che il Principe longobardo di Salerno Gisulfo I insieme al Vescovo della Città Bernardo ne disponessero la definitiva traslazione a Salerno, dove le reliquie tuttora riposano nella cripta dell’antico Duomo normanno.

La memoria di quel passaggio è rimasta scolpita nella pietra, ma nel tempo si è generata una comprensibile confusione tra le opere conservate al Santuario del Granato e quelle presenti nella Basilica Paleocristiana di Paestum.

Analizzando la questione da un punto di vista strettamente storico e archeologico, emerge con chiarezza la reale natura dei manufatti.
L’altare che si ammira oggi nella Basilica del Granato è una struttura composita, formata da due elementi sovrapposti e appartenenti a epoche distinte. La base inferiore costituisce l’elemento originario, risalente al primo impianto architettonico pre-romanico della basilica e quindi precedente alla celebre congiura dei baroni.
La parte superiore, invece, è formata proprio dalla vera urna in pietra dove le ossa di San Matteo trovarono riposo, collocata in quella posizione rialzata durante i più recenti lavori di restauro, mentre in origine si trovava posizionata nel trassetto destro della chiesa. È dunque al Granato che si conserva il contenitore che accolse storicamente le reliquie dell’Evangelista durante la sua permanenza sul territorio capaccese.
Diversa è la storia dell’altare situato nella Basilica Paleocristiana dell’area archeologica di Paestum. In questo caso non ci troviamo di fronte all’urna del Santo, bensì a un antico sarcofago di epoca romana e paleocristiana, risalente a circa il V secolo d.C., che è stato riadattato alla funzione di altare. Tale sistemazione risale agli importanti interventi di restauro eseguiti negli anni ’60, che hanno dato alla chiesa l’assetto liturgico che conosciamo oggi.

Entrambi i reperti vantano una straordinaria antichità, ma mentre quello del Granato (nelle foto) nasce ed è legato direttamente al culto delle spoglie di San Matteo, quello di Paestum rappresenta un’opera d’epoca tardo-antica riutilizzata in chiave liturgica in età moderna.
Ripercorrere questi dettagli non significa soltanto fare un esercizio di precisione storica, ma significa riappropriarsi della memoria autentica del nostro territorio.

Spesso sottovalutiamo la storia delle nostre basiliche che celano un patrimonio di arte, storia e devozione che racconta da dove veniamo.
Custodire questi dettagli e tramandarne la memoria è necessario per comprendere chi siamo oggi.

Interno dell’urna di San Matteo – Santuario della Madonna del Granato

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